E' sconcertante vedere come cambia il lavoro intelligente nelle imprese e come resiste quello ripetitivo e stupido nella scuola.
Link all'articolo de "Il Sole 24 Ore"
Smart working, è boom nel 2016. Un terzo delle grandi aziende è "flessibile"
Esperienze, intuizioni, idee, sensazioni, racconti, punti di vista e progetti per gli Istituti Superiori
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giovedì 13 ottobre 2016
Il lavoro nelle imprese in controtendenza con il lavoro nella scuola.
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martedì 24 aprile 2012
Come dare senso allo studio
Il sistema educativo degli Istituti Professionali non vuole cambiare la propria inadeguatezza alle esigenze dei giovani e del sistema produttivo. Il sistema crede nel passettino annuale rassicurante, che avvilisce però il buon senso e la ragione, che arricchisce e radicalizza l'ipocrisia scuola-utente.
Dopo le Linee Guida per l'attuazione della Riforma aumentano le unità di apprendimento, le attività, i progetti, gli scambi, l’alternanza, i concorsi, le reti e gli eventi in cui gli studenti continuano ad essere fittiziamente protagonisti.
Gli studenti sono molto spesso l'agnello sacrificale di una perversa ideologia che concilia diseconomia e salvezza, sprechi e speranze, salvaguardia del posto vicino casa e carità. I giovani non possono, quindi, che rappresentarsi sempre più in un ruolo fittizio, appiattito sul presente, sui bisogni immediati, senza credere in nessuna prospettiva futura. Il loro orizzonte fa fatica ad arrivare al Week End.
Le proposte degli Istituti Professionali non sono credibili e non per colpa della Riforma.
Gli Istituti Professionali non sono in grado di combattere la demotivazione dei giovani; non sono capaci di sollecitare il loro coinvolgimento verso la cultura, la ricerca, la scoperta, la soluzione di problemi e le sfide che ormai sono glocali.
Le proposte degli Istituti Professionali non sono credibili e non per colpa della Riforma.
Gli Istituti Professionali non sono in grado di combattere la demotivazione dei giovani; non sono capaci di sollecitare il loro coinvolgimento verso la cultura, la ricerca, la scoperta, la soluzione di problemi e le sfide che ormai sono glocali.
Le alleanze alla pari con le forze sociali e le imprese continuano ad essere un tabù per i docenti, costretti a insegnare negli Istituti Professionali piuttosto che in scuole più ambite come i Licei o i Tecnici. Le alleanze con le imprese sono considerate incontri obbligati di cui non rimane niente. Nessuno apprende niente. Vere esperienze formative non sono volute, perché l'apprendimento che ne deriva potrebbe sgonfiare l'ultima area di autorevolezza culturale dei docenti. I docenti dimenticano che la cultura non coincide con il ripetere le cose lette, ma con la prassi migliorativa di sé e degli altri.
La soluzione educativa negli Istituti Professionali non può che essere data dalla valorizzazione concreta dell'allievo mediante il lavoro, non del docente obbediente che fa sempre le stesse cose nello stesso modo. Solo il lavoro può dare senso, può collegare l'allievo con la vita sociale e produttiva, può prospettare nei giovani un progetto di vita.
Gli allievi desiderano situazioni di apprendimento reali
in cui poter svolgere compiti e
risolvere problemi. Gli allievi hanno bisogno di toccare con mano i saperi teorici. Realizzando un prodotto, l'allievo fa esperienza personale di cultura e di socialità, mentre i suoi insegnanti appaiono disadattati.
Chissà perché i dotti insegnanti vedono l'alienazione solo negli operai e non negli studenti obbligati a ripetere cose formulate in modo da mantenere la distanza dalla realtà. I dotti docenti, criticano la società dei consumi, ma obbligano i loro allievi ad essere obbedienti consumatori delle loro nozioni in un mercato monopolistico.
Chissà perché i dotti insegnanti vedono l'alienazione solo negli operai e non negli studenti obbligati a ripetere cose formulate in modo da mantenere la distanza dalla realtà. I dotti docenti, criticano la società dei consumi, ma obbligano i loro allievi ad essere obbedienti consumatori delle loro nozioni in un mercato monopolistico.
Solo le aziende che vivono di rendita chiedono alle scuole di addestrare gli studenti per adattarli a ruoli rigidi e prestabiliti. La crisi attuale ha decretato la morte della rendita e dei ruoli rigidi e prestabiliti. La maggioranza delle aziende, oggi, chiede alle scuole la capacità di adattamento tecnico e culturale ai cambiamenti che esse vivono con la globalizzazione e le tecnologie delle comunicazioni; chiedono che gli studenti abbiano appreso bene il concetto di centralità del cliente: richieste non comprensibili in un ambiente strutturato per proteggersi dai cambiamenti culturali.
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domenica 11 dicembre 2011
Il vero cambiamento riguarda il sistema di relazione
Ci nutriamo di falsi cambiamenti. Quando si tratta di dire un deciso "Si" o un deciso "No" preferiamo stare alla finestra e aspettare che lo scenario cambi. E quando non possiamo fare a meno di prendere una decisione, la ponderiamo con tanti "ma" e "però" da scrivere un nuovo codice che non scontenta nessuno e, soprattutto, che non muova troppa acqua nello stagno in cui si vive.
I veri cambiamenti nella scuola sono una pura illusione perché ciò che non cambia sono le relazioni. Difficile trovare qualcuno disposto a cedere un metro del proprio territorio. Difficile che qualcuno dia l'esempio, perché il buon esempio è interpretato come una ingerenza, cioè un futuro dovere per gli altri. Difficile che qualcuno creda nel miglioramento individuale e collettivo. Difficile che qualcuno guardi al futuro che non sia la propria pensione.
Nella scuola i cambiamenti organizzativi e le epoche vengono insegnati senza essere minimamente capiti. Mi piacerebbe chiedere pubblicamente a tutti gli operatori scolastici come utilizzano nella loro pratica professionale ciò che hanno imparato nello studio e nella vita. Sono convinto che alla fine emergerebbero tre tipi di soggetti:
1) coloro che non hanno imparato nulla e che non fanno nulla. Imitano i loro predecessori anche nei gesti più involontari;
2) coloro che hanno imparato molto ma non utilizzano le conoscenze acquisite perché non vogliono rimetterci
3) coloro che hanno imparato molto e utilizzano le conoscenze acquisite quando viene loro concesso, cioè quando il risultato finale è un sicuro fallimento o un pilotato falso cambiamento.
I veri cambiamenti nella scuola sono una pura illusione perché ciò che non cambia sono le relazioni. Difficile trovare qualcuno disposto a cedere un metro del proprio territorio. Difficile che qualcuno dia l'esempio, perché il buon esempio è interpretato come una ingerenza, cioè un futuro dovere per gli altri. Difficile che qualcuno creda nel miglioramento individuale e collettivo. Difficile che qualcuno guardi al futuro che non sia la propria pensione.
Nella scuola i cambiamenti organizzativi e le epoche vengono insegnati senza essere minimamente capiti. Mi piacerebbe chiedere pubblicamente a tutti gli operatori scolastici come utilizzano nella loro pratica professionale ciò che hanno imparato nello studio e nella vita. Sono convinto che alla fine emergerebbero tre tipi di soggetti:
1) coloro che non hanno imparato nulla e che non fanno nulla. Imitano i loro predecessori anche nei gesti più involontari;
2) coloro che hanno imparato molto ma non utilizzano le conoscenze acquisite perché non vogliono rimetterci
3) coloro che hanno imparato molto e utilizzano le conoscenze acquisite quando viene loro concesso, cioè quando il risultato finale è un sicuro fallimento o un pilotato falso cambiamento.
mercoledì 16 novembre 2011
I dirigenti scolastici italiani
Per sapere a quale categoria appartiene il proprio dirigente scolastico basta guardare i suoi collaboratori.
I collaboratori sono i colleghi di lavoro e costituiscono i tratti essenziali della personalità del dirigente. Se il dirigente si circonda di persone che valgono con cui discute di tutto, a cui chiede il parere e poi decide, egli potrebbe essere un buon leader. Diventa un vero leader quando si pone al servizio di coloro che progettano e attuano iniziative, quando spazza via gli ostacoli burocratici e le paure di andar per mare su rotte sconosciute. Al desiderio di innovare fa seguire il sostegno ai pionieri, senza riserve e senza cercare consensi impossibili in un ambiente profondamente conservatore. Se, invece, il Dirigente tende ad accentrare tutto nelle sue mani e mette al primo posto, nella scelte dei collaboratori, la fedeltà alla persona, l'onestà e l'ubbidienza pronta e assoluta e mai l'autonomia e la capacità di risolvere problemi, non è un vero leader e non lo potrà mai essere. E' un burocrate; e quando si dice che bisogna migliorare la produttività e la qualità dei servizi azzerando la burocrazia, si intende dire che bisogna eliminare questi dirigenti che sono solo di ostacolo al miglioramento.
Ci sono dirigenti, una esigua minoranza, che non discutono, non fanno partecipare, non chiedono pareri e non informano nessuno. Sono ormai una razza in estinzione e non hanno bisogno che qualcuno li rimuova dall'incarico. Forse bisogna proteggerli dall'estinzione perché ritengono, a volte con ragione, che i loro docenti non siano di nessuna utilità.
Ci sono poi le vie di mezzo, una maggioranza che si avvicina al 90% dei dirigenti. Sono quelli che ricamano tessuti di ogni tipo per far calde coperte quando soffia lo scirocco: quelli disposti a discutere all'infinito, ma non informano delle decisioni che hanno preso prima della discussione, che sollecitano la partecipazione dei docenti per ornare l'ambiente, spesso tetro, dei luoghi di riunione, che chiedono pareri ma solo per sondare le reazioni a decisioni già prese. Questo è il tipico dirigente scolastico italiano per eccellenza che immobilizza gli Istituti. Un dirigente che teme la prova del cambiamento, che afferma solennemente di voler cambiare, ma che si piega alla prima voce contraria. E' il dirigente che si fa beffe della democrazia, che piega ogni iniziativa ai propri desideri contando sull'egoismo e pochezza culturale dei suoi dipendenti. Un leader che addebita agli altri gli ostacoli, le paure e le responsabilità degli insuccessi. E' il leader della responsabilità altrui! Un leader che pianifica il passettino, consapevole che puntualmente viene annullato dal vecchio e generalizzato mondo di pensare, e mai il balzo. Il cambiamento comincia solo, unicamente, dalla persona e mai dalle circostanze e si vede dalla pratica, non dalle parole.
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domenica 9 ottobre 2011
Mario Draghi e l'importanza di incrementare il capitale umano
Il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, indica le misure strutturali che il Paese deve prendere subito per "uscire dalla stagnazione". Riguardo alla riforma dell'istruzione, Draghi sostiene che è necessario " incrementare lo stock di capitale umano, oggi inferiore in quantità e qualita' rispetto ai paesi con cui competiamo sui mercati".
Nella scuola, il termine "capitale umano" non è utilizzato neppure tra i tanti docenti di economia. Nell'ambiente scolastico, solo il pensare in termini "qualitativi e quantitativi" degli aspiranti a un titolo di studio genera sospetto e irritazione intellettuale. Infine, la "competizione sui mercati" non sembra assolutamente riguardare il mondo dell'istruzione e della formazione. La competizione sui mercati riguarda solo il mondo delle imprese, cioè un altro mondo, disgraziatamente contiguo a quello dell'istruzione, che partecipa pagando gli stipendi agli insegnanti, come per espiare un senso di colpa.
Il mondo della scuola può capire le parole del Governatore Draghi? Io credo di no, ed è demoralizzante l'assenza di una cultura capace di vedere e capire oltre il proprio naso e i propri meschini interessi.
L'applicazione degli "stress test" agli Istituti scolastici, per capire il grado di risposta che può dare un Istituto alle istanze culturali dell'Europa, sarebbe considerata un atto di forza, culturalmente riprovevole, nonostante si voglia garantire prima di tutto il futuro delle nuove generazioni.
Negli "stress test" applicati agli Istituti scolastici andrebbero rilevati le potenzialità professionali dell'Istituto (curriculum dei docenti, le competenze capitalizzate) e il loro grado di utilizzo nella scuola, la presenza di attrezzature e il loro grado di utilizzo, il grado di utilizzo delle tecnologie di comunicazione tra docenti e tra Istituto e famiglie, i piani di valorizzazione a medio termine delle competenze dei docenti e il loro programmato utilizzo, poi il grado di successo scolastico nel far fronte agli impegni assunti con l'utenza anche in termini di realizzazione di progetti di vita, il grado di soddisfazione dei fornitori interni ed esterni e la regolarità dei pagamenti. Infine, l'Istituto dovrebbe dire, in presenza di abbandoni superiori al 10%, come e in che misura intende ridurre tale indice, con quali cambiamenti organizzativi, didattici e con quale ridistribuzione del fondo d'Istituto.
Gli "stress test", oggi, confermerebbero che gli Istituti Professionali non hanno cognizione della concretezza della loro missione così tanto decantata nel POF, delle potenzialità umane e professionali sperperate, dell'assenza di razionalità nel porre obiettivi correlati al tipo di organizzazione, delle risorse finanziarie, del costo umano e sociale dovuto alla mancanza di efficienza organizzativa ed efficacia delle azioni didattiche.
In verità, non è necessario fare gli stress test per arrivare alle stesse conclusioni. Gli stress test decreterebbero la completa inaffidabilità degli Istituti Professionali, come se fossero aziende decotte, dove entrano materie prime per costruire tre auto e alla fine del processo esce solo un'auto rumorosa e poco affidabile. Tutta colpa dei fornitori distratti, cioè delle famiglie che non collaborano con l'Istituto? La storiella che la cultura umanistica è contrapposta al valore dell'efficienza e dell'economia in senso lato è corredata da tante storie di persone reali che, avendo concluso il percorso di studi, ritengono pregiudizialmente di avere nei confronti del prossimo solo diritti. Una bella educazione umanistica! Un bel prodotto di una cultura divoratrice di futuro, incapace di coniare il termine solidarietà verticale, incapace di fare le curve a gomito della vita globalizzata! Colpa dei tagli all'istruzione e della globalizzazione?
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