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sabato 2 febbraio 2013

L'attenzione parziale degli insegnanti e delle istituzioni scolastiche


In un articolo del Corriere della Sera del 18 gennaio 2013 si afferma che gli studenti sono oggi più superficiali ed hanno poco senso critico. Le cause vengono attribuiti all'uso compulsivo delle nuove tecnologie.
Il giudizio rispecchia pienamente la realtà ed è stato pronunciato dai soliti attenti osservatori che fanno parte del processo educativo e formativo della nostra società. Costoro dimenticano che gli studenti sono anche un loro prodotto! Ricercatori, insegnanti e giornalisti,  dormono sonni tranquilli, tra certezze scientifiche e didattiche, sicurezze economiche e rendite di posizione. I loro figli e figliastri compulsano, a meno che non esistano due umanità separare o caste o classi rigorosamente distinte. Ogni professionista  ha fatto legalmente  il proprio dovere, pertanto non gli si può addebitare nessuna inadempienza. La responsabilità è sempre degli ultimi, o al massimo degli oggetti materiali che non si conoscono! Ma se questi professionisti provassero a mettere i ragazzi compulsivi e parzialmente attenti al fare il loro lavoro, in poco tempo farebbero fatica a riprendersi il mestiere, mostrando di valere di più.
I soloni ( gli insegnanti, i dirigenti scolastici, i dirigenti ministeriali, i ricercatori e i giornalisti) negano le potenzialità e le abilità delle nuove generazioni perché non le sanno utilizzare. Questi professionisti sono un'aggregazione umana che non riconosce le personali responsabilità  sociali ed etiche nel formare le nuove generazioni e addebita i risultati scadenti dell'istruzione e formazione all'uso compulsivo della tecnologia. La diversità delle nuove generazioni, caratterizzata dall'attenzione parziale, è un fenomeno incomprensibile ai soloni, i quali, per giustificare il proprio curriculum professionale e la rendita economica, spostano l'attenzione sull'uso delle nuove tecnologie, che non conoscono.
Un nuovo business si affaccia all'orizzonte: introdurre massicciamente i nuovi strumenti dell'information tecnology nelle scuole  con la parallela organizzazione della formazione per gli insegnanti. Il risultato non potrà che essere scadente. I soloni  non vogliono capire che la mancanza di senso critico dei giovani è il riflesso di quello dei loro insegnanti e di tutti gli altri professionisti che formano la società civile e che formano direttamente e  indirettamente il cittadino. 
Quello che possiamo aspettarci è un altro banchetto con la più tenera carne umana. Non c'è stata iniziativa in cui non si sia banchettato con la carne umana negli ultimi 40 anni. Il momento in cui questa consuetudine finirà sarà riconosciuto dall'attenzione non parziale verso l'attività e i risultati degli insegnanti, dei dirigenti e degli istituti preposti alla loro formazione e, soprattutto, ai controlli degli Istituti Scolastici. Ma da parte di chi, se anche i giornalisti hanno il loro posto  prenotato al banchetto?
Il deficit non è quello rilevato, cioè la superficialità e la mancanza di senso critico delle nuove generazioni, ma la centralità degli interessi e delle esigenze degli insegnanti e dei dirigenti scolastici rispetto alla centralità del progetto di vita degli studenti. La centralità dello studente, pur messa per iscritto nella riforma e non più cancellabile da tutte le forze politiche, rimane la più colossale truffa civile della nostra società. Gli studenti infatti non credono alla loro centralità e sono perfino troppo educati e realisti nell'aprire un conflitto con i potenti della società civile. Preferiscono mantenere le distanze da tanta ipocrisia e non hanno altro luogo dove soggiornare che nello spazio virtuale dei social media.

giovedì 1 novembre 2012

Trasparenza e intelligenza sono insopportabili in molti Istituti professionali!

Mi piacerebbe che uomini e donne soggiornassero negli Istituti Professionali per qualche settimana, come fantasmi, in tutti gli ambienti,  senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Quando questo sogno potrà avverarsi?
Mi piacerebbe vedere direttamente una vera ispezione sull'efficienza ed efficacia delle attività dell'Istituto, senza girare intorno alle cose per non offendere, senza sorrisi di circostanza, senza dover accettare di chiudere il dialogo dopo miserabili e, nello stesso tempo, ragionevoli risposte.
Mi piacerebbe vedere dialoghi fatti di domande impertinenti  e risposte pertinenti, pubblicati anche in rete. Tutti con il diritto di ricevere domande e il dovere di fornire risposte, nessuno escluso, con una telecamera puntata sugli occhi.
L'arroganza, la supponenza, l'ignoranza, l'obsolescenza di molti saperi, ma anche la competenza, il merito, la passione, la frustrazione emergerebbero come due eserciti contrapposti. Così come la ragione e il pregiudizio, il coraggio e la paura, il bene e il male.
Questa è la base su cui costruire una strategia di intervento per migliorare la qualità dell'istruzione e della formazione.
Nessuno, però, entra nei recinti delle scuole rese autonome per evitare civilissime interferenze e, poi, i fantasmi non esistono.  Troppa trasparenza e intelligenza sono insopportabili nelle scuole, perché quasi tutti i soggetti sono convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili! Sanno recitare tutti bene, ma senza interlocutori onesti.

sabato 22 settembre 2012

La democrazia dei titolari di cattedra e dei dirigenti scolastici. Il feudalesimo non è finito.


Si pensava di aver introdotto la democrazia nelle scuole con la presenza di studenti e genitori negli organi collegiali. Come in tutte le organizzazioni pubbliche il risultato è lo stesso: nessuno è responsabile e tutti sono vittime di qualcun altro. E' vero teatro. I risultati, poi, certificano il dramma. Negli Istituti Professionali il disastro è formalmente legalizzato. I morti (studenti che non arrivano al diploma) sono deceduti correttamente, cioè con le giuste discussioni pietistiche, con l'ausilio dell'analisi sociologica della società dei consumi, con il rispetto delle procedure deliberative, con la partecipazione dei genitori e studenti agli organi collegiali e con la certificazione di qualità rilasciata da un ente accreditato.
Solo uno su tre iscritti arriva al diploma in molti istituti! In altri vige il diplomificio che comunque non accontenta gli studenti e non assicura il territoriale posto di lavoro. Ciò dovrebbe bastare a capire l'inaffidabilità di persone e meccanismi di controllo, dove esistono. I morti indicano l'incapacità di fornire risposte. Indicano mancanza di professionalità, furto di vita, imbroglio, evasione di intelligenza,  mancanza di volontà.
Una democrazia che permette questi risultati va rivoltata. Bisogna parlare esplicitamente di fallimento umano e professionale di coloro che decidono in ogni singolo Istituto.  Sono necessarie tutele vere per tutti gli utenti, soprattutto per quelli che seguono le regole di comportamento degli Istituti. I docenti non sono giustificabili quando fanno da sportello bancario e ottengono risultati negativi. Andrebbero  formalmente ripresi. Nessuno  oggi ha il coraggio di farlo per  paura di ledere la cosiddetta "libertà di insegnamento": uno spauracchio che serve a nascondere rendite di conoscenze e stili di insegnamento ormai inadeguati.
La libertà di insegnamento è concepita come libertà di non dover rispondere a nessuno dei propri risultati,  soprattutto di ciò che non si fa e che non si intende fare, o cambiare. Non è mancanza di cultura didattica. E' mancanza di cultura, in generale, di intellettualità. E' vizio che ostacola lo sviluppo professionale dei giovani . E' la vera ignoranza, potente e sindacalmente organizzata. E' l'arroganza tipica del proprietario terriero (titolare della cattedra) con diritti inalienabili. La cattedra è la terra del principe feudale che si trasforma, col tempo, in piccolo proprietario terriero. I contadini che non rispondono alle precise aspettative del piccolo proprietario vengono cacciati via. Ce ne sono sempre altri pronti a sostituirli. Qualora venisse meno il numero, al piccolo proprietario viene assegnato un altro pezzo di terra (cattedra in altro istituto) e l'economia feudale, con il suo diritto e i suoi soggetti,  continua a sopravvivere. Gli studenti studiano poco  perché devono eseguire ordini che riguardano un mondo che non c'è più, perché i loro docenti operano come piccoli proprietari che imitano gli antichi  feudatari nel modo di essere, nei desideri e nelle aspirazioni. Il feudatario non è mai responsabile di nulla, come non sono mai responsabili, attualmente, il titolare di cattedra o il Dirigente Scolastico.

mercoledì 20 giugno 2012

Insegnanti o sportelli bancari?


Da circa 20 anni si parla di insegnamento per competenze. Sicuramente non nella vita quotidiana della scuola. La parola “competenze” suona ostica agli orecchi degli insegnanti. C’è chi oppone alla scuola delle competenze la scuola delle conoscenze, c’è chi sostiene che la competenza è l’esito di un addestramento pratico che nulla ha a che fare con l'educazione e chi invece la ritiene una conquista della persona alla fine di un vero processo educativo.
Al centro dell'attenzione dei docenti rimangono i contenuti, i programmi. Le dinamiche e i soggetti vivi dell'apprendimento, comprese le famiglie, rimangono a guardare oltre lo steccato che circonda il santuario fatto di conoscenze calcificate.
I docenti non comprendono che la competenza non è un oggetto che possa essere trasmesso allo studente. La competenza è una qualità della persona che viene fatta emergere. Il soggetto competente è capace di mobilitare le proprie risorse per affrontare e risolvere i problemi che gli vengono affidati o che la realtà gli mette davanti. 

E' desolante che un docente che registra periodicamente oltre il 30% di insufficienze nella sua disciplina non intenda mobilitare le risorse personali. Probabilmente perché non le riconosce dentro di sé, esattamente come non riconosce nei suoi allievi potenzialità e stili di apprendimento diversi. 
Questa incoscienza costringe dunque i docenti ad essere pienamente come sono, cioè pieni di sè, indisponibili a tirar fuori le proprie qualità, risorse e a prestare attenzione al fatto che ciò che essi insegnano si traduca in effettivo apprendimento. L'insegnante non vuole rinunciare alla comodità di rifugiarsi nella giustificazione: "gli studenti non studiano". Egli non è disponibile ad accettare che gli studenti apprendono meglio quando costruiscono il loro sapere in modo attivo, attraverso situazioni di apprendimento fondate sull’esperienza. Difficile che gli insegnanti aiutino gli studenti a scoprire e perseguire interessi, ad elevare al massimo il loro grado di coinvolgimento e alla scoperta dei loro talenti.
Gli insegnanti preferiscono  comportarsi da sportelli bancari. Prima rinunciano a farsi comunità educante, poi rinunciano al loro stesso lavoro individuale di ricerca e mobilitazione delle proprie qualità nascoste per provare a fornire senso alle conoscenze. Il cambiamento di mentalità che credono di aver operato bagnandosi alla fonte di un umanesimo taroccato non mette da parte la variazione dei tassi di interesse che applicano al ritardo delle prestazioni dei loro studenti.


domenica 20 maggio 2012

La scuola dell'obbedienza e la centralità dei docenti


La scuola continua a chiedere l'adattamento dell'allievo alla sua organizzazione, alla sua struttura, ai suoi docenti, allo stile di ogni suo dirigente. La promessa per chi si conforma è la realizzazione del progetto di vita, a cui nessuno crede. 
Non ci credono gli allievi e non ci credono le famiglie che provano a organizzarsi conformemente alle relazioni che hanno. Non ci credono gli insegnanti e i Dirigenti che godono del diritto assurdo di non dover rendere conto a nessuno, interpretando l'autonomia come libertà di non dover rispondere delle scelte che fanno e che non fanno. 
Gi studenti si conformano quindi, riservando odio.  E' questa la bella democrazia del sistema educativo e formativo che caratterizza gli Istituti Professionali!
Gli Istituti professionali promettono ai giovani che altri soggetti, le imprese, si occuperanno di loro e li assumeranno. Tale promessa è sorretta dalla citazione degli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana. Lo Stato deve garantire questa promessa, dicono i docenti. Peccato che allo Stato non è consentito garantire una vera istruzione e formazione, a partire dal controllo dell'attuazione della riforma, dagli indici di efficienza e di efficacia dell'azione educativa di ogni singolo Istituto
Istituti Professionali e Aziende sono due soggetti che si odiano, si addebitano doveri che non hanno mai contratto. I due soggetti, pur vivendo sotto lo stesso tetto, intrattengono solo rapporti che salvaguardano la propria autonomia e indipendenza.  Nei convegni esprimono una civile convivenza, da separati in casa. Nella pratica comprano filo spinato per proteggersi da future ingerenze. 
La centralità dello studente non è mai il tema comune dei due soggetti, neppure separatamente. Non lo è nelle scuole professionali, non lo è nelle imprese. Gli studenti sono al centro dell'attenzione solo come numero per formare classi che servono a mantenere inalterato il personale lavorativo. Se le iscrizioni aumentano, le promozioni diminuiscono. Se le iscrizioni diminuiscono le promozioni aumentano, fino ad arrivare a non poter più gestire la bilancia. 
Dove si promuove troppo facilmente si sviluppano fenomeni di bullismo eclatanti, comportamenti riprovevoli e la conseguente diminuzione delle iscrizioni.
La scuola continua a operare morbosamente sugli studenti. Molti sono ancora convinti che insegnare ed educare vuol dire parcellizzare ed astrattizzare concetti e temi,  separare argomenti, mantenere formali le discipline, moltiplicare docenti e ore di lezione. Il cavallo di battaglia di coloro che si ergono a intellettuali è la mancanza di investimenti nella scuola. Per loro il problema sta solo nel denaro, non nella cultura educativa.
Le azioni educative di scuola, famiglia, chiesa, Stato, società civile sono autonomizzate ciascuna con proprie e invalicabili sfere di sovranità, come fossero Stati indipendenti in uno Stato, nemico.
L'educazione sta ancora nei precetti, nell'adattamento alla persona investita di potere. Nelle scuole professionali non si insegna a vivere, ad agire, ad usare sensi, facoltà e tulle le parti che danno senso, sentimento all'esistenza. Nelle scuole professionali si insegna, fallendo clamorosamente, ad obbedire e sottomettersi. Il valore che eguaglia l'obbedienza alla persona è  il posto di lavoro vicino casa. Quando le iscrizioni  precipitano ci si affanna a fare il conto degli anni che mancano per andare in pensione. Si pianifica la fuga! Quando un nuovo gruppo dirigente prende il posto del vecchio, vittima della crudeltà delle scelte familiari, non cambia assolutamente niente. Il nuovo gruppo porta nuovi Dei dalla propria bottega, con la solita visione non più lunga di un anno e con i soliti miserabili  e ragionevolissimi obiettivi che saranno raggiunti a fatica e solo sulla carta.

martedì 24 aprile 2012

Come dare senso allo studio

Il sistema educativo degli Istituti Professionali non vuole cambiare la propria inadeguatezza alle esigenze dei giovani e del sistema produttivo. Il sistema crede nel passettino annuale rassicurante, che avvilisce però il buon senso e la ragione, che arricchisce e radicalizza l'ipocrisia scuola-utente.
Dopo le Linee Guida per l'attuazione della Riforma aumentano le unità di apprendimento, le attività, i progetti, gli scambi, l’alternanza, i concorsi, le reti e gli eventi in cui gli studenti continuano ad essere fittiziamente protagonisti.
Gli studenti sono molto spesso l'agnello sacrificale di una perversa ideologia che concilia diseconomia e salvezza, sprechi e speranze, salvaguardia del posto vicino casa e carità. I giovani non possono, quindi, che rappresentarsi sempre più in un ruolo fittizio, appiattito sul presente, sui bisogni immediati, senza credere in nessuna prospettiva futura. Il loro orizzonte fa fatica  ad arrivare al Week End.
Le proposte degli Istituti Professionali non sono credibili e non per colpa della Riforma.
Gli Istituti Professionali non sono in grado di combattere la demotivazione dei giovani; non sono capaci di sollecitare il loro coinvolgimento verso la cultura, la ricerca, la scoperta, la soluzione di problemi e le sfide che ormai sono glocali.
Le alleanze alla pari con le forze sociali e le imprese  continuano ad essere un tabù per i  docenti, costretti a insegnare negli Istituti Professionali piuttosto che in scuole più ambite come i Licei o i Tecnici. Le alleanze con le imprese sono considerate incontri obbligati di cui non rimane niente. Nessuno apprende niente.  Vere esperienze formative non sono volute, perché l'apprendimento che ne deriva potrebbe sgonfiare l'ultima area di autorevolezza culturale dei docenti. I docenti dimenticano che la cultura non coincide con il ripetere le cose lette, ma con la prassi migliorativa di sé e degli altri.
La soluzione educativa negli Istituti Professionali non può che essere data dalla valorizzazione concreta dell'allievo mediante il lavoro, non del docente obbediente che fa sempre le stesse cose nello stesso modo. Solo il lavoro può dare senso, può collegare l'allievo con la vita sociale e produttiva, può prospettare nei giovani un progetto di vita. 
Gli allievi desiderano situazioni di apprendimento reali in cui poter svolgere compiti e risolvere problemi. Gli allievi hanno bisogno di toccare con mano i saperi teorici. Realizzando un prodotto, l'allievo fa esperienza personale di cultura e di socialità, mentre i suoi insegnanti appaiono disadattati.  
Chissà perché i dotti insegnanti vedono l'alienazione solo negli operai e non negli studenti obbligati a ripetere cose formulate in modo da mantenere la distanza dalla realtà. I dotti docenti, criticano la società dei consumi, ma obbligano i loro allievi ad essere obbedienti consumatori delle loro nozioni in un mercato monopolistico.
Solo le aziende che vivono di rendita chiedono alle scuole di addestrare gli studenti per adattarli a ruoli rigidi e prestabiliti. La crisi attuale ha decretato la morte della rendita e dei ruoli rigidi e prestabiliti. La maggioranza delle aziende, oggi,  chiede alle scuole la capacità di adattamento tecnico e culturale ai cambiamenti che esse vivono con la globalizzazione e le tecnologie delle comunicazioni; chiedono  che gli studenti abbiano appreso bene il concetto di centralità del cliente: richieste non comprensibili in un ambiente strutturato per proteggersi dai cambiamenti culturali.

mercoledì 28 marzo 2012

L'assolutismo ideologico che governa gli Istituti Professionali

Per fare il docente sarà  previsto un esame attitudinale, ma tra qualche anno. Proveranno a verificare la solita lezione strutturata a casa  e successivamente impartita alla classe? Il successo dell'apprendimento, di sicuro, non sarà monitorato. Continuerà ad esserci il solito scaricabarile tra docenti, Dirigente, Governo e genitori. Alla fine, il cerino resta in mano ai genitori perchè hanno fornito vasi da riempire (figli) gravati da un difetto occulto (la noia).
Molti docenti sono ben preparati nella loro disciplina, ma non nell' utilizzo dei contenuti in modo attuale e nelle relazioni didattiche con gli allievi. Se ciò emerge in qualche discussione, si chiude ogni dialogo, si viene guardati con sospetto e si ripropone a difesa della propria professionalità la legge del regno, secondo la quale con  il superamento del concorso basato solo sul possesso delle conoscenze si acquisisce anche la capacità assoluta di insegnare, senza alcun bisogno di verifica successiva e senza margini di ulteriore  miglioramento. I docenti e i dirigenti vivono nel migliore dei mondi possibili, se si esclude l'aspetto reddituale e la maleducazione degli allievi.
Qualcosa si muove oggi, ma è difficile sostenere senza attirare fulmini e tempeste che la capacità di insegnare non viene donata da Dio al momento del superamento del concorso! Un periodo di tirocinio per familiarizzare con metodologie divese potrebbe essere una buona prassi, prima di essere rinchiusi e abbandonati in un'aula scolastica.  E' necessario che i docenti siano affiancati o affianchino altri docenti per periodi anche lunghi ogni tre/quattro anni per apprendere nuove modalità di insegnamento o correggere pratiche didattiche inefficaci.
E' probabile che docenti dai sogni petrosi trovino più utile inveire contro il governo di turno, anzichè riflettere sull'efficacia della propria didattica.
Anche i Dirigenti Scolastici dovrebbero essere affiancati da consulenti di direzione nei  momenti decisionali. Con il tirocinio a inizio carriera apprendono pratiche vecchie per il semplice fatto che è raro incontrare dirigenti illuminati. Apprendono, per lo più furbizie, tattiche per mettere al muro chi disturba i dormienti. I dirigenti difendono solo l'equilibrio, non rischiano di vincere. Preferiscono perdere senza combattere. Che cosa si può apprendere da chi conserva il vecchio modo di pensare e fare quando la realtà muta continuamente e chiede l'assunzione di nuovi punti vista, nuove visioni  e nuovi modelli organizzativi? Gli elementi che portano alle decisioni dei dirigenti sono spesso meschini; poi ci sono le decisioni che non hanno effetti diretti e indiretti sul successo scolastico, la mancanza di decisioni per paura di sbagliare, l'incapacità  di assumersi responsabilità e la  volontà di non attuare le decisioni perchè obbligate o frutto di un compromesso sindacale. Inoltre, i Dirigenti non dovrebbero essere lasciati soli neppure dopo il periodo di affiancamento decisionale di almeno un anno. Dovrebbero essere monitorati stabilmente nelle decisioni,   nell'utilità e nel successo di queste. Ogni dirigente dovrebbe avere un sostegno direzionale vero, invasivo. Chi gestisce un Istituto ha una responsabilità sociale e la società deve tutelarsi non dopo, ma durante il peridodo di investimento nelle risorse umane.
Attualmente, l'assolutismo ideologico si fonda su un patto di non disturbo: Il Ministro e i suoi Dirigenti periferici non disturbano i Dirigenti Scolastici, i Dirigenti non disturbano i docenti, i docenti fanno ciò che hanno appreso in modo ripetitivo, anche se non risulta più utile a nessuno.

domenica 5 febbraio 2012

Dall'obbligazione di mezzi all'obbligazione di risultato: la rivoluzione impossibile

E' il vero salto che gli Istituti professionali dovrebbero fare. Non più una prestazione che garantisce la presenza, la spiegazione, la verifica, il voto e le decisioni collegiali supportive di fine anno, ma una prestazione che garantisce il risultato positivo finale.
Una bella rivoluzione, solo un  bel sogno! 
Le obiezioni possono essere:
1) Se la classe è formata da allievi non motivati e non adeguatamente dotati ad apprendere, come si fa a garantire il risultato?
R) Prima di assumersi l'obbligazione di risultato è necessario riscontrare la motivazione e le potenzialità di apprendimento degli aspiranti allievi, mediante un brevissimo periodo di prova. Solo dopo si decide di accettare l'obbligazione di risultato. Ciò non vuol dire che gli allievi non rispondenti a determinati requisiti non vengono accettati, o trattati diversamente. Al contrario, questi studenti devono essere valutati (attribuire valore) e monitorati più attentamente, per far acquisire loro i requisiti che non posseggono ancora, o per orientarli, entro un periodo determinato, su percorsi di studio meglio rispondenti alle loro aspettative. E' sempre l'Istituto responsabile sia del successo che del riorientamento.
2) Se gli allievi su cui si garantisce il risultato cambiano,  nel corso dell'anno?
R) Si prende atto e si comunica alla famiglia e all'allievo che le cose sono cambiate, che  per confermare l'obbligazione di risultato è necessario che adotti un atteggiamento positivo e segua un percorso di studio rigidamente definito e controllato. Qualora l'allievo non volesse cambiare atteggiamento e/o seguire il rigido percorso prescritto, l'obbligazione del docente viene convertita in obbligazione di mezzi. La differenza sta nella tempestiva comunicazione e nella strategia vincolante che l'allievo in deficit di risultato dovrà seguire perchè non cambi l'obbligazione del docente e/o dell'Istituto.
3) Qual è il vantaggio di questa modalità contrattuale rispetto all'applicazione della normale diligenza da parte del docente e all'applicazione di una procedura di qualità sulla prestazione didattiche? Inoltre, se un allievo è già bravo e diligente dall'inizio, non è superfluo garantirgli il risultato? Come si evidenzia il valore aggiunto del docente e dell'Istituto?
R) Ci sono allievi che hanno buone potenzialità, ma un approccio alla scuola e alle discipline negativo. Iniziano con un pregiudizio che poi trova sostegno e forza nelle paranoiche e formali azioni dell'organizzazione scolastica e di singoli docenti, i quali limitano la loro azione a spiegare e fare verifiche, senza preoccuparsi di capire cosa succede effettivamente nell'allievo e nella relazione didattica. Il rafforzamento del pregiudizio dell'allievo fa sorgere nel docente un pregiudizio opposto. I due pregiudizi possono portare diritto all'insuccesso, perché i pregiudizi tendono a radicalizzarsi e alla fine la valutazione finale risente di questi. Ci si trova a doversi affidare alla fortuna! Solo il rischio dell'insegnante di dover cambiare scuola e il desiderio di un organico stabile da parte della direzione può disinnescare il pregiudizio nella valutazione finale e quindi può determinare la fortuna dell'allievo. Quando la futura classe non rischia di essere smembrata, il pregiudizio diventa valore da rispettare con conseguente sfortuna per l'allievo. 
4) Se un Istituto o singoli docenti non vedono l'utilità di introdurre l'obbligazione di risultato, devono essere costretti ad adottarla?
Nessuno deve essere obbligatorio. L'obbligazione di risultato  non deve essere neppure negata a quegli Istituti e a quegli insegnanti che lo desiderano, come volontà di costruire il proprio merito, la propria professionalità. La scelta è molto impegnativa e può portare a giustificare il riconoscimento di risorse aggiuntive per valorizzare metodologie innovative e docenti che mettono in discussione le proprie metodologie didattiche, che scelgono di non rifugiarsi nella rendita della prestazione fissa nascosta nell'obbligazione di mezzi.
I vantaggi del passaggio dall'obbligazione di mezzi all'obbligazione di risultato sono evidenti anche ai ciechi e sono di natura psicologica e prestazionale.
a) lo studente che risponde ai requisiti di adattamento alla disciplina ha la certezza che se lavora nel modo richiesto dal docente sarà certamente promosso.
b) lo studente che non risponde ai requisiti di adattamento alla disciplina è un allievo da condurre alla promozione e che sarà ancora di più curato, proprio perché parte svantaggiato, in ritardo rispetto allo studente che risponde ai requisiti prestazionali.  E' proprio questo studente che può segnare il valore aggiunto costruito dall'insegnante. Inoltre, lo studente, nel corso dell'anno, può sempre passare tra quelli nei confronti dei quali vi è un'obbligazione di risultato a dimostrazione del successo riconosciuto in itinere suo e del suo insegnante.

martedì 3 gennaio 2012

La professionalità del docente

Ad ogni richiesta di cambiamento c'è sempre qualcuno che prende le distanze, rivendicando il diritto di difendere la propria professionalità. La maggioranza, però, si limita a prendere le distanze, in silenzio.
La professionalità è la cultura del lavoro acquisita mediante conoscenze e pratiche quotidiane di successo.
Il successo nell'istruzione è riconoscibile dal valore aggiunto, soprattutto quando si parte da situazioni difficili o disperate. Il valore aggiunto è ciò che fa la professionalità.  Negli Istituti Professionali, la professionalità degli insegnanti è carente perché il successo è difficilmente riscontrabile e molto spesso non c'è neppure l'ombra. A meno che si voglia chiamare pratica di successo quando 1 allievo su 3 arriva al diploma. I due ragazzi su tre che non arrivano da nessuna parte sono stati così infiammati dalla professionalità degli insegnanti che hanno preso fuoco come fossero legno secco. Non è  più probabile che siano stati tutti vasi da riempire?
L'insuccesso è la negazione della professionalità, come i voti regalati per evitare di rivedere e rettificare il proprio punto di vista e la propria didattica.
Il successo (valore aggiunto) non è compreso nel concetto di professionalità a cui molti insegnanti si ispirano. Il successo è per tanti insegnanti addirittura un disvalore, un tarlo che penetra le menti e le rende servili al sistema di potere. E' un tabù.
Il successo è invece un valore per chi lavora. Lavoratori non responsabili dei risultati del loro lavoro non esistono. Insegnanti,  invece, si. Mi piacerebbe vedere la faccia dell'insegnante costretto a pagare l'idraulico che non riconosce la responsabilità del proprio lavoro! Gli insegnanti vogliono essere considerati dipendenti, esenti da responsabilità  sociali e civili. Il successo legato allo svolgimento della loro professione non li riguarda.
L'insegnante che esclude il successo della sua azione è un falegname che segue le specifiche per costruire parti di mobili che non vuol provare a montare, di cui non vuol conoscere la destinazione. La professionalità di un falegname si perfeziona ed ha senso nel mobile che deve stare in piedi e che occupa un suo spazio utile nell'economia di una casa. Negli Istituti Professionali i mobili a fatica stanno in piedi e non sono spesso utili all'economia della nostra società. Però bisogna difendere la professionalità degli insegnanti, cioè:  segare legname e pretendere da tutti gli altri lavoratori segni evidenti di responsabilità civile.
La progettazione del mobile, le sequenze di operazioni, i linguaggi, le procedure, i simboli, il senso di appartenenza alla comunità delle professioni e ai membri della comunità che utilizzerà il mobile sono fuori dalla considerazione dei docenti. Con quali aspettative insegnanti  che non si ritengono responsabili del loro risultato possono educare e formare la responsabilità nei futuri cittadini-lavoratori?
In questo contesto,  la valorizzazione della cultura professionale si riduce alla richiesta di aumenti salariali e seghe più maneggevoli per far mensole. Il resto è un problema che riguarda lo Stato e le Imprese, come se i cittadini vivessero in mondi separati e autosufficienti. Da una parte i responsabili del loro lavoro e gli ordini professionali, dall'altra la casta degli irresponsabili. Ma se Stato e Imprese intervengono e fanno loro il problema della progettazione, della costruzione e dell'allocazione dei mobili  vengono accusati di ledere la professionalità dei docenti. Difficile dire cosa è più dannoso di questo integralismo degli insegnanti dipendenti.

domenica 18 dicembre 2011

Il monitoraggio sull'attuazione della riforma


Finalmente arriva il monitoraggio sull'attuazione della Riforma della Scuola Superiore. Un questionario che ogni Istituto deve compilare on line entro il 7 gennaio 2012. Al sito http://www.indire.it/lineeguida/tecprof/index.php?action=login è possibile esaminare le domande del questionario (sic).

Si spera che il Ministro non si fidi delle dichiarazioni degli Istituti e che proceda con determinazione nella verifica delle risposte, predisponendo rigorose ispezioni e gravi sanzioni per le dichiarazioni mendaci o non documentate. Dopo la verifica sul campo, sarebbe opportuno attribuire un voto ad ogni Istituto, perché le famiglie possano confrontare la capacità e l'interesse a innovare degli Istituti e scegliere consapevolmente dove iscrivere i propri figli.
Attuare la riforma è una sfida che soltanto gli Istituti in cui è palpabile l'intelligenza possono cogliere. Attuare la riforma vuol dire processare con occhi nuovi tanti principi, ruoli, prerogative, gerarchie e non avere paura di riempire il cassonetto della spazzatura di tutte le rigidità e i retropensieri che appesantiscono la scuola.
In fondo, la Riforma afferma che bisogna porre attenzione, senza "se" e senza "ma":



1) ai risultati di apprendimento (outcome based approach)
2) alle modalità di apprendimento
3) alle situazioni di apprendimento
4) alle modalità di insegnamento

Tutte le altre attenzioni e attività non riconducibili DIRETTAMENTE (senza fare semicerchi per soddisfare qualche altro bisogno) a queste indicazioni sono morbose o truffaldine, compresi i tanti progetti che sono interpretati dagli studenti unicamente come momenti di non scuola.


domenica 11 dicembre 2011

Il vero cambiamento riguarda il sistema di relazione

Ci nutriamo di falsi cambiamenti. Quando si tratta di dire un deciso "Si" o un deciso "No" preferiamo stare alla finestra e aspettare che lo scenario cambi. E quando non possiamo fare a meno di prendere una decisione, la ponderiamo con tanti "ma" e "però" da scrivere un nuovo codice che non scontenta nessuno e, soprattutto, che non muova troppa acqua nello stagno in cui si vive.
I veri cambiamenti nella scuola sono una pura illusione perché ciò che non cambia sono le relazioni. Difficile trovare qualcuno disposto a cedere un metro del proprio territorio. Difficile che qualcuno dia l'esempio, perché il buon esempio è interpretato come una ingerenza, cioè un futuro dovere per gli altri. Difficile che qualcuno creda nel miglioramento individuale e collettivo. Difficile che qualcuno guardi al futuro che non sia la propria pensione.
Nella scuola i cambiamenti organizzativi e  le epoche vengono insegnati senza essere minimamente capiti. Mi piacerebbe chiedere pubblicamente a tutti gli operatori scolastici come utilizzano nella loro pratica professionale ciò che hanno imparato nello studio e nella vita. Sono convinto che alla fine emergerebbero tre tipi di soggetti:
1) coloro che non hanno imparato nulla e che non fanno nulla. Imitano i loro predecessori anche nei gesti più  involontari;
2) coloro che hanno imparato molto ma non utilizzano le conoscenze acquisite perché non vogliono rimetterci
3) coloro che hanno imparato molto e utilizzano le conoscenze acquisite quando viene loro concesso, cioè quando il risultato finale è un sicuro fallimento o un pilotato falso cambiamento.

mercoledì 16 novembre 2011

I santi protettori delle generazioni future

Per alcuni giorni la rete è stata scandagliata per rintracciare Decreti Legge sulle festività e sul calendario scolastico. Il livello di discussione tra il personale della scuola è stato molto elevato, tale da far apparire un docente di Diritto uno sprovveduto e un Non Docente un Principe del Foro.
Alcuni non credenti hanno sostenuto con passione il riconoscimento della festività del Santo Patrono! Il tema della festività del Santo Patrono è stato spellato come un pomodoro maturo, lentamente, perchè ritenuto in gioco un laico diritto acquisito.
Mai tanto interesse per un Santo nella scuola. Mai vista con la medesima passione una discussione su un solo termine o concetto della Riforma della scuola superiore.
Uno spaccato della scuola italiana, dei suoi insegnanti, della società italiana che dovrà cambiare con il ricatto dei risparmiatori internazionali: i veri Santi Patroni delle generazioni future.

I dirigenti scolastici italiani

Per sapere a quale categoria appartiene il proprio dirigente scolastico basta guardare i suoi collaboratori.
I collaboratori sono i colleghi di lavoro e costituiscono i tratti essenziali della personalità del dirigente. Se il dirigente si circonda di persone che valgono con cui discute di tutto, a cui chiede il parere e poi decide, egli potrebbe essere un buon leader. Diventa un vero leader quando si pone al servizio di coloro che progettano e attuano iniziative, quando spazza via gli ostacoli burocratici e le paure di andar per mare su rotte sconosciute. Al desiderio di innovare fa seguire il sostegno ai pionieri, senza riserve e senza cercare consensi impossibili in un ambiente profondamente conservatore. Se, invece, il Dirigente tende ad accentrare tutto nelle sue mani e mette al primo posto, nella scelte dei collaboratori, la fedeltà alla persona, l'onestà e l'ubbidienza pronta e assoluta e mai l'autonomia e la capacità di risolvere problemi, non è un vero leader e non lo potrà mai essere. E' un burocrate; e quando si dice che bisogna migliorare la produttività e la qualità dei servizi azzerando la burocrazia, si intende dire che bisogna eliminare questi dirigenti che sono solo di ostacolo al miglioramento.
Ci sono dirigenti, una esigua minoranza, che non discutono, non fanno partecipare, non chiedono pareri e non informano nessuno. Sono ormai una razza in estinzione e non hanno bisogno che  qualcuno li rimuova dall'incarico. Forse bisogna proteggerli dall'estinzione perché ritengono, a volte con ragione, che i loro docenti non siano di nessuna utilità.
Ci sono poi le vie di mezzo, una maggioranza  che si avvicina al 90% dei dirigenti. Sono quelli che ricamano tessuti di ogni tipo per far calde coperte quando soffia lo scirocco: quelli disposti a discutere all'infinito, ma non informano delle decisioni che hanno preso prima della discussione,  che sollecitano la partecipazione dei docenti per ornare l'ambiente, spesso tetro, dei luoghi di riunione, che chiedono pareri ma solo per sondare le reazioni a decisioni già prese. Questo è il tipico dirigente scolastico italiano per eccellenza che immobilizza gli Istituti. Un dirigente che teme la prova del cambiamento, che afferma solennemente di voler cambiare, ma che si piega alla prima voce contraria. E' il dirigente che si fa beffe della democrazia, che piega ogni iniziativa ai propri desideri contando sull'egoismo e pochezza culturale dei suoi dipendenti. Un leader che addebita agli altri gli ostacoli, le paure e le responsabilità degli insuccessi. E' il leader della responsabilità altrui! Un leader che pianifica il passettino, consapevole che puntualmente viene annullato dal vecchio e generalizzato mondo di pensare, e mai il balzo. Il cambiamento comincia solo, unicamente, dalla persona e mai dalle circostanze e si vede dalla pratica, non dalle parole.

giovedì 10 novembre 2011

Una lettera della BCE ai soggetti del sistema scolastico

"Che cosa si intende fare per valorizzare il ruolo dei professori nelle scuole? Visti anche i deludenti risultati dei test Invalsi, che cosa vuole fare l'Italia per riformare il sistema scolastico?"
Sono queste alcune delle 39 domande con le quali, in cinque pagine, la Commissione Europea passa al setaccio la lettera d'intenti presentata dall'Italia a Bruxelles per cercare di capire le vere intenzioni del governo di Roma.
Abbiamo estremamente bisogno di un organo di controllo come la BCE nel settore dell'istruzione e della formazione professionale. Abbiamo bisogno di una vera autorità che dica agli Istituti e alla pubblica opinione che certi risultati e processi  di insegnamento sono inaccettabili e vanno profondamente cambiati, perchè vengono bruciate intelligenze, distrutte troppe risorse umane oltre che finanziarie; che bisogna applicare integralmente la riforma della scuola superiore in tempi definiti e con azioni precise e rigorose. Purtroppo, non ci sono persone che hanno investito i risparmi di una vita  direttamente nel settore dell'istruzione e formazione e quindi non ci sono minacce di sfiducia che facciano tremare le famiglie che lavorano nel sistema di Istruzione. La sfiducia nei confronti del Paese comprende, però, anche il sistema di istruzione e formazione, con tutti i soggetti attivi e passivi, dai bidelli al Ministro. I più pensano che il giudizio negativo riguarda solo  il Governo e/o il Ministro, ma mettono la testa sotto la sabbia. L'investitore non apprezza una riforma che nessuno applica, apprezza invece i cambiamenti reali nelle scuole e tra queste e il mondo produttivo. E questi cambiamenti oggi non ci sono, nonostante  la Riforma li voglia profondamente. Nessuno vuole i cambiamenti, a cominciare da chi conta realmente: dirigenti di ogni livello. Neppure gli insegnanti vogliono cambiare un bel niente: lavorano nella scuola, ma i problemi della scuola non li riguardano. Peccato che l'investitore abbia vincolato i risultati dell'azione degli insegnanti al futuro economico e civile del paese e  abbia fatto di questo vincolo un elemento di valutazione per continuare a sottoscrivere gli stipendi di tutto il personale della scuola.
Abbiamo bisogno di una bella lettera della BCE che vada in profondità e dica a tutti i soggetti del sistema scolastico: cari signori per salvare il vostro mestiere e il vostro stipendio vi sollecitiamo, entro 15 giorni, a mettere in atto le seguenti azioni:
a) far effettuare ai consigli di classe una programmazione per competenze, utilizzando esclusivamente il modello predisposto dal Ministero della P.I.
b) monitorare l'utilizzo della programmazione  da parte dei componenti del consiglio di classe e istituzionalizzare un riesame mensile della programmazione
c) valutare la programmazione e validare il percorso didattico a fine anno alla luce dei risultati ottenuti formulando indicazioni vincolanti per la successiva programmazione
d) elaborare un modello di iscrizione con annesso patto di corresponsabilità predisposto dal Ministero della P.I.
e) somministrare verifiche oggettive a fine anno predisposte da un ente esterno accreditato dalla  BCE competente per indirizzo di studi
f) predisporre e mettere in atto il recupero obbligatorio delle insufficienze  per le discipline più impegnative fin dall'inizio dell'anno, a costo zero quando emergono insufficienze superiori al 30% per classe
g) verificare, prima dell'accettazione dell'iscrizione, l'adeguatezza della scelta dell'istituto e dell'indirizzo di studio da parte della famiglia e dello studente, effettuando almeno 10 lezioni delle principali discipline e somministrando le opportune prove di verifica
h) accettare in classe senza alcun preavviso la presenza di genitori e osservatori esterni che desiderano monitorare le relazioni di insegnamento e apprendimento
i) instaurare una relazione organica con imprese e/o loro associazioni di categoria, tale da garantire una presenza qualificata e attiva negli organi decisionali dell'Istituto
l) attuare l'alternanza scuola-lavoro e, nelle classi terminali, l'alternanza a progetto e l'esperienza della condivisione di parti del business plan delle aziende partner
m) pubblicare il bilancio sociale corredato da indici di efficienza ed efficacia stabiliti dalla BCE.
n) garantire zero abbandoni, massimo 10% di insuccessi e  20% di sospesi l'anno
Qualora un istituto scolastico non ritenesse opportuno rispondere a tali richieste in modo completo, potrà sempre farsi finanziare dalle famiglie degli iscritti, da aziende o Stati extraeuropei e potrà comunque rilasciare titoli di studio, ma con la dicitura "risultato di apprendimento non conforme alle richieste della BCE".

domenica 16 ottobre 2011

Il POF: un documento inutile

Il POF viene aggiornato nel corso dell'anno e predisposto per tempo all'approvazione per l'anno successivo. In esso l'Istituto dichiara le attività svolte, ciò che è obbligatorio inserire sugli indirizzi di studio e tanti progetti  per non essere da meno degli altri Istituti. Qualche attività o iniziativa viene poi enfatizzata insieme alla dichiarazione della MISSION per dare colore a un documento che non è capace di immaginare il futuro. Sembra pensato e approvato da persone dai "sogni di pietra".  
Perché l'hanno chiamato PIANO e non PPROGRAMMA? 
Il PIANO copre un arco di tempo dai tre ai cinque anni. Il PROGRAMMA copre un arco di tempo non superiore all'anno. Perché il Piano dell'Offerta Formativa copre solo un anno di attività?  Chi legge il POF ha la sensazione che nella scuola gli anni siano tutti uguali, immutabili nel tempo, che non ci sia alcuna evoluzione della società da nessun punto di vista. Gli studenti non cambiano stile di apprendimento, gli insegnanti non cambiano stile di insegnamento e l'organizzazione scolastica non cambia struttura e relazioni.
Il cambiamento può riguardare la letteratura, la filosofia, la storia degli altri, le scienze, l'attività produttiva e l'organizzazione delle imprese e delle organizzazioni non profit, ma non il sistema scolastico. 
E' raccapricciante che il sistema scolastico sia immobile e teso solo a difendere privilegi, esattamente come fanno tutte le caste del nostro Paese.
Gli istituti professionali sembrano delle barche messe all'ancora in mare aperto, con rematori distratti che aspettano il vento favorevole in vele mal ridotte e senza capitani coraggiosi che conoscano la rotta verso il nuovo mondo.
A parte il quadro orario delle classi e i percorsi di studio stabiliti dal Ministero, di pluriennale nel POF non c'è nulla. Non c'è indicato il nuovo mondo e non c'è una rotta da seguire nel tempo.  Indicare obiettivi pluriennali è troppo impegnativo per  l'organizzazione scolastica. E' come affrontare il futuro senza credere minimamente nel futuro (due-tre anni, non 10! ).
Gli istituti scolastici vivono alla giornata perché non sono capaci di fissare mete e obiettivi a lungo termine. La programmazione annuale non è altro che il già fatto l'anno precedente,  con qualche  attività extracurriculare per soddisfare un'esigenza personale, o per riempire uno spazio lasciato libero da un'altra attività che gli studenti non hanno mai voluto digerire. Con la scusa di migliorare le motivazioni all'apprendimento si inseriscono nel POF attività occasionali che non hanno nessuna utilità, anzi, producono ulteriore demotivazione e sfiducia nel sistema scolastico. Non ci sono attività neutre in un ambiente dove l'inutilità del tempo trascorso a scuola corrode le forze e l'interesse all'apprendimento di nozioni che, molto spesso, appaiono allo studente senza senso. Gli studenti rinunciano a utilizzare la loro intelligenza. Sottostanno alla legge del più forte e accettano qualunque minestra, passivamente. Oggi,  non possiamo meravigliarci se non nutrono interesse per tutte le minestre che vengono somministrate loro!
Per avere un riscontro di quanto è importante e utile il POF, basta chiedere ai docenti e agli studenti cosa ricordano del POF.
Oltre il 95%  non lo ha mai letto e non lo leggerà mai, perchè non lo ritiene utile per il proprio lavoro e per le proprie aspettative, e neppure attendibile.

domenica 9 ottobre 2011

Mario Draghi e l'importanza di incrementare il capitale umano

Il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, indica le misure strutturali che il Paese deve prendere subito per "uscire dalla stagnazione". Riguardo alla riforma dell'istruzione, Draghi sostiene che è necessario " incrementare lo stock di capitale umano, oggi inferiore in quantità e qualita' rispetto ai paesi con cui competiamo sui mercati".
Nella scuola, il termine "capitale umano" non è utilizzato neppure tra i tanti docenti di economia. Nell'ambiente scolastico,  solo il pensare in termini "qualitativi e quantitativi" degli aspiranti a un titolo di studio genera sospetto e irritazione intellettuale. Infine, la "competizione sui mercati" non sembra assolutamente riguardare il mondo dell'istruzione e della formazione. La competizione sui mercati riguarda solo il mondo delle imprese, cioè un altro mondo, disgraziatamente contiguo a quello dell'istruzione, che partecipa pagando gli stipendi agli insegnanti, come per espiare un senso di colpa.
Il mondo della scuola può capire le parole del Governatore Draghi? Io credo di no, ed è demoralizzante l'assenza di una cultura capace di vedere e capire oltre il proprio naso e i propri meschini interessi. 

L'applicazione degli "stress test" agli Istituti scolastici, per capire il grado di risposta che può dare un Istituto alle istanze culturali dell'Europa, sarebbe considerata un atto di forza,  culturalmente riprovevole, nonostante si voglia garantire prima di tutto il futuro delle nuove generazioni.
Negli "stress test" applicati agli Istituti scolastici andrebbero rilevati le potenzialità professionali dell'Istituto (curriculum dei docenti, le competenze capitalizzate) e il loro grado di utilizzo nella scuola, la presenza di attrezzature e il loro grado di utilizzo, il grado di utilizzo delle tecnologie di comunicazione tra docenti e tra Istituto e famiglie, i piani di valorizzazione a medio termine delle competenze dei docenti e il loro programmato utilizzo, poi il grado di successo scolastico nel far fronte agli impegni assunti con l'utenza anche in termini di realizzazione di progetti di vita, il grado di soddisfazione dei fornitori interni ed esterni  e la regolarità dei pagamenti. Infine, l'Istituto dovrebbe dire, in presenza di abbandoni superiori al 10%, come e in che misura intende ridurre tale indice, con quali cambiamenti organizzativi, didattici e con quale ridistribuzione del fondo d'Istituto. 


Gli "stress test", oggi, confermerebbero che gli Istituti Professionali non hanno cognizione della concretezza della loro missione così tanto decantata nel POF, delle potenzialità umane e professionali sperperate, dell'assenza di razionalità nel porre obiettivi correlati al tipo di organizzazione, delle risorse finanziarie, del costo umano e sociale dovuto alla mancanza di efficienza organizzativa ed efficacia delle azioni didattiche.
In verità, non è necessario fare gli stress test per arrivare alle stesse conclusioni. Gli stress test decreterebbero la completa inaffidabilità degli Istituti Professionali, come se fossero aziende decotte, dove entrano materie prime per costruire tre auto e alla fine del processo esce solo un'auto rumorosa e poco affidabile. Tutta colpa dei fornitori distratti, cioè delle famiglie che non collaborano con l'Istituto? La storiella che la cultura umanistica è contrapposta al  valore dell'efficienza e dell'economia in senso lato è corredata da tante storie di persone reali che, avendo concluso il percorso di studi, ritengono pregiudizialmente di avere nei confronti del prossimo solo diritti.  Una bella educazione umanistica! Un bel prodotto di una cultura divoratrice di futuro, incapace di coniare il termine solidarietà verticale, incapace di fare le curve a gomito della vita globalizzata! Colpa dei tagli all'istruzione e della globalizzazione?

giovedì 15 settembre 2011

Insegnare negli Istituti Professionali di Piero Alacchi: Perchè questo blog?


Dopo tanti anni di insegnamento e di molteplici esperienze anche fuori dall'ambito scolastico è maturata in me la decisione di affidare alla rete le mie opinioni, sensazioni, idee e progetti.

Materiali disponibili:

1) L'Alternanza a progetto
2) Modulistica Alternanza
3) Modello di programmazione per competenze del CdC
4) Indicatori per misurare l'efficacia e l'efficienza di un Istituto

Basta una mail di richiesta!